Storia di Grosseto

Storia di Grosseto
Nei secoli in cui la piana grossetana era occupata da un’estesa laguna dominata da due città di origine etrusca, Roselle e Vetulonia, Grosseto non era ancora nata. È infatti ormai certo che l’area della città odierna fu occupata stabilmente solo dall’Alto Medioevo e in particolare dal VII secolo.
Grosseto, citata come locus nell’803, trae probabilmente la sua origine dal villaggio che scavi archeologici dei primi anni 2000 hanno localizzato nella parte est del centro storico. Già le indagini condotte dall’Università di Siena all’interno del cassero trecentesco nel 1978 avevano individuato tracce di capanne al limite di quell’area, corrispondente al lieve rialzo di quota (cinque metri rispetto al punto più basso a porta Vecchia) che caratterizza Piazza della Palma e garantiva il sito dal pericolo costituito dalle esondazioni del fiume Ombrone che, fino all’inizio del XIV secolo, scorreva molto più vicino, lambendo quasi Porta Vecchia.
Gli scavi hanno permesso di studiare anche i suoli antichi, che hanno dimostrato il ripetersi, fin dall’Alto Medioevo di episodi alluvionali particolarmente gravi; la vegetazione era quella caratteristica degli ambienti palustri, in alternanza con pineta e macchia mediterranea nei terreni asciutti.
La presenza di specie coltivate aumenta nell’Alto Medioevo, in connessione con la nascita della futura città.
La citazione del nome Grosseto fin nei documenti più antichi potrebbe dimostrare che il toponimo era probabilmente preesistente. Il nome Grosseto sembra sia un toponimo legato alla vegetazione, per la terminazione in -eto (/-eta), che indicherebbe un’area di vegetazione fitta e ricca legata alla abbondanza d’acqua del terreno. Sarebbe perciò analogo ad altri toponimi frequenti in Maremma quali Grasceta e Grascetone. Non si può escludere però del tutto, anche se al momento appare meno probabile, che alle origini ci sia stato il nome di persona Grossus.
Dallo scavo nella chiesa di San Pietro è emerso che fra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo a Grosseto gli edifici più rilevanti si costruivano in pietra. A quel tempo pertanto l’abitato doveva presentarsi come uno o più agglomerati di capanne da cui emergevano le prime chiese in materiale lapideo (almeno San Pietro e San Giorgio, quest’ultima citata già in un documento del IX secolo). Si può supporre che l’area insediata fosse protetta già in questa fase da fortificazioni, probabilmente palizzate di legno: Grosseto infatti nel X secolo era ricordata come castrum e un castrum (castello) non poteva prescindere da un sistema di difese.
Fin dal IX secolo è documentata a Grosseto la presenza di proprietà dei conti Aldobrandeschi. La città e il suo territorio sarebbero poi rimasti feudo dei conti sostanzialmente fino al XIII secolo. In questi secoli l’abitato di Grosseto crebbe e si sviluppò fino a diventare il centro economicamente e strategicamente più importante dell’area.
Nel 1138, a seguito di un provvedimento di papa Innocenzo II, Grosseto ereditò dalla vicina Roselle la funzione di sede vescovile e, con quella, il titolo di civitas: ormai città a tutti gli effetti, acquisì una nuova fisionomia caratterizzata da costruzioni di pietra e mattoni che soppiantarono del tutto l’edilizia povera di origine altomedievale. Negli anni seguenti la documentazione rivela come a Grosseto, nonostante i conti Aldobrandeschi, stesse nascendo un libero comune: ne sono il segno i patti che la comunità grossetana strinse autonomamente con Siena nel 1151. Fra il 1240 e il 1250 truppe dell’imperatore Federico II occuparono l’intera contea aldobrandesca. Nel XIV secolo la città subì una o due disastrose alluvioni (1308 e 1333) che allontanarono dalla città il corso dell’Ombrone, privandola del suo porto fluviale. Negli stessi anni, fra il 1334 e il 1336, lo stato cittadino di Siena conquistò definitivamente Grosseto e estese il suo dominio su tutta la Toscana meridionale. La serie negativa di eventi non si era però esaurita: la micidiale epidemia di peste nera che devastò l’Europa fra il 1347 e il 1350 raggiunse nel 1348 la Toscana, causando la morte di una percentuale altissima della popolazione delle zone colpite (fra il 30 e il 50 %). La Maremma, caratterizzata in tutti i tempi da una densità di popolazione tendenzialmente bassa, subì un vero tracollo demografico da cui non sarebbe riuscita a riprendersi fino al XX secolo.
La costruzione del Cassero con la porta di Santa Lucia, conclusa nel 1345, è il segno monumentale della sottomissione della città a Siena.
Le testimonianze dalla città si rarefanno fra seconda metà XIV e XV secolo, forse per i molti eventi negativi che caratterizzano il periodo. Tuttavia nel Quattrocento la decorazione interna del Duomosi arricchisce di veri capolavori: dalla Madonna delle Ciliege del Sassetta alla Madonna delle Grazie di Matteo di Giovanni; dalle vetrate di Benvenuto di Giovanni agli arredi scolpiti da Antonio Ghini.
Quando a metà XVI secolo i Medici sottomisero Siena, anche Grosseto, parte integrante dello stato senese, ne seguì la sorte. La costruzione della cinta bastionata, in sostituzione delle obsolete mura senesi, precedenti l’introduzione della polvere da sparo e perciò non adeguate alle nuove armi, fu per i Medici una priorità, nonostante la ingente spesa necessaria e le difficoltà a mandare avanti un cantiere così impegnativo nelle proibitive condizioni ambientali grossetane.
Le mura trasformarono Grosseto nel più importante presidio militare del Granducato, caposaldo di un sistema di difese per lo più costiere (le torri) che guardava a sud, verso lo spagnolo Stato dei Presìdi, e al mare da cui giungevano i temibili corsari nord-africani. Allo stesso tempo l’urbanistica della città fu ridisegnata, dandole l’impostazione che ha tutt’ora entro le mura.
All’attenzione per l’aspetto igienico-sanitario e ambientale sono legati la fondazione di un nuovo ospedale, l’istituzione dell’Ufficio dei Fossi, lo scavo di pozzi e la costruzione di cisterne. Per ovviare alle distruzioni legate al cantiere delle mura fu ristrutturato il convento di San Francesco e costruito quello delle Clarisse.
Anche il Duomo, che minacciava di crollare (e forse era effettivamente crollato nella parte absidale), fu oggetto di estese opere di restauro.
La politica medicea tuttavia, limitando l’autonomia della città, aumentando il carico fiscale e immobilizzando le attività economiche, vanificò gli interventi strutturali e i pur imponenti investimenti attuati a Grosseto e nel territorio. Lo sfruttamento di tipo coloniale della Maremma portò così al regresso demografico: dal 1562 (750 abitanti circa, corrispondenti a 150 fuochi fiscali) al 1615 (3000 abitanti circa per 600 fuochi) nella fase dei grandi lavori pubblici la popoalzione crebbe, ma in seguito la tendenza si invertì e nel 1745 i grossetani erano ridotti a 884 unità.
Nel 1737 la politica internazionale consegnò la Toscana a una dinastia straniera, i Lorena, che si caratterizzò subito per un’azione di governo razionale e incisiva. L’attenzione per le terre marginali del Granducato e la cura assidua per la Maremma crearono nel tempo fra Grosseto e i granduchi lorenesi un legame speciale, di cui è tuttora simbolo tangibile la statua di Leopoldo II (1824-1859) posta nel 1846 nella piazza principale della città.
Gli interventi si concentrarono su due aspetti: il risanamento ambientale e il rilancio dell’economia. La rete stradale e i porti, entrambi indispensabili alla ripresa del commercio, furono potenziati; fu rilanciata la produzione del sale.
Tutto questo ebbe effetti vistosi sulla società: Grosseto fra Sette e Ottocento da agglomerato rurale e avamposto militare si trasformò in una vera realtà cittadina, capitale della Provincia Inferiore Senese, resa autonoma nel 1766 da Pietro Leopoldo. Riprese la crescita demografica, anche per l’arrivo di molti immigrati: dagli 884 abitanti del 1745 si passò ai 2732 del 1833, e ai 4724 del 1861, nonostante la speranza di vita fosse di soli 20 anni, circa la metà del resto del Granducato. I nuovi proprietari terrieri, spesso di origine non locale, insieme con i professionisti e gli imprenditori posero le basi di quella classe borghese fino ad allora pressoché assente in città.
La tendenza positiva proseguì ininterrotta fino alla crisi napoleonica, per poi riprendere solo con Leopoldo II, circa trent’anni dopo. L’apertura dei grandi cantieri di bonifica (1828) produsse un sostanzioso incremento dei fl ussi migratori. È in questa fase che l’urbanistica della città restituisce in modo esplicito i segni del cambiamento: le mura, ormai accessibili in più punti, in parte furono privatizzate, in parte trasformate in giardini; l’Accademia degli Industri promosse nel 1813 la costruzione del primo teatro cittadino; la facciata del Duomo subì un restauro radicale (1816- 1845), prima fase di una lunga stagione di lavori che si concluderanno solo nel 1911, la Piazza Grande, oggi Piazza Dante, acquistò un aspetto del tutto nuovo per accogliere la statua del sovrano più amato (e ancora vivente) nel 1846.
Pochi decenni dopo, il nuovo stato unitario promuoveva e incoraggiava la costruzione di edifici pubblici legati alle nuove funzioni istituzionali: all’interno delle mura sorsero, su aree libere, ristrutturando palazzi precedenti, oppure distruggendo le preesistenze, il Palazzo del Comune e il Tribunale nel 1870-73, le carceri nel 1884, le Regie Scuole Elementari e il nuovo teatro nel 1888.
L’inizio del XX secolo è segnato da un intervento particolarmente pesante nella piazza principale, ora non più Piazza Grande, ma piazza Vittorio Emanuele II. Le costruzioni medievali sul lato est furono in gran parte demolite per fare spazio al Palazzo della Provincia di stile neogotico. Il palazzo viene spesso chiamato Palazzo Aldobrandeschi, in base a una localizzazione tradizionale ma priva di fondamento della sede dei conti Aldobrandeschi sul medesimo luogo.
Fuori delle mura la crescita della città fu rapidissima a partire dalla fine dell’Ottocento. E non poteva essere altrimenti, se si considera il tasso di crescita demografica: i 4724 abitanti del 1861 poco dopo il 1900 superarono i 10.000, raggiungendo i 17.059 nel 1921 e i 38.190 nel 1951. Raggiunti i 50.000 nel 1960 e i 70.000 negli anni ottanta, oggi la popolazione si è assestata intorno agli 80.000 abitanti.
La fine della malaria, sconfitta definitivamente negli anni cinquanta e la realizzazione della Riforma Agraria negli anni cinquanta-sessanta sono fra le motivazioni alla base di questa crescita.